«Svetlana» di Zhukovskij in traduzione equimetrica

 




Cominciai questa traduzione oltre vent’anni fa, quando, ispirato dalle lezioni del prof. Maksim I. Shapir, cercavo un testo poetico russo adatto per una traduzione che rispettasse la forma dell’originale (traduzione equimetrica). La scelta cadde su un’opera e su un autore in cui l’elemento musicale era particolarmente importante: la ballata di Vasilij A. Zhukovskij «Svetlana»*. 

Il testo segue uno schema fisso per tutte le 20 strofe: 14 trochei (con alternanza di tetrametri a terminazione maschile e trimetri a terminazione femminile), divisi in due quartine con rima alternata (ABAB CDCD) + due terzine con rima incatenata (EEF GGF). Per chi ha difficoltà a comprendere questi termini scriverò dei post sull’argomento, ma la mia traduzione può essere letta e, spero apprezzata, anche senza sapere niente di metrica. D’altronde si può ovviamente leggere la Divina Commedia di Dante senza sapere che è scritta in endecasillabi suddivisi in terzine con rima incatenata (ABA BCB CDC…). 

La prima versione di «Svetlana», che ho parzialmente pubblicato in un articolo del 2006 dal titolo «Canzoni tradotte e traduzioni musicali», non mi aveva mai del tutto convinto, in particolare perché il numero di imprecisioni metriche nella traduzione non sempre permetteva di cogliere il ritmo dell’originale, quasi totalmente privo di irregolarità metriche. 

Propongo ora al lettore una nuova versione, completa, che ritengo soddisfacente, anche se il mio perfezionismo mi impedisce di considerarla definitiva. Dal punto di vista metrico il testo rispetta pienamente l’originale per il numero di sillabe, la disposizione degli accenti e delle rime. 

Devo però fare alcune precisazioni. Nel testo quasi metà delle rime sono «maschili», cioè con l’accento alla fine (monosillabi o parole tronche): considerato che la lingua italiana ha un bagaglio di parole di questo tipo enormemente minore del russo, ho quasi sempre usato terminazioni femminili (parole piane), a volte sostituendo le rime con assonanze. La difficoltà maggiore nella traduzione è stata mantenere il ritmo trocaico dell’originale, dove l’accento metrico cade sulla prima sillaba, difficile da rendere in italiano per la presenza dell’articolo e l’assenza di preposizioni senza vocali. In alcuni trimetri (6 versi su 280) ho spostato l’accento dalla prima sillaba alla seconda, mantenendo comunque il numero di sillabe. Per questo ho dovuto omettere a volte l’articolo, rischiando di ottenere una resa in italiano poco fluida. 

La scelta di mantenere fedelmente il ritmo dell’originale russo porta inevitabilmente a una certa libertà nella resa del significato, che ritengo comunque mantenuto in modo adeguato. In alcuni casi ho usato forme e parole desuete o non del tutto precise semanticamente, dando al testo finale una patina di arcaicità, che era comunque presente anche nello stile di Zhukovskij. Fido che, nonostante alcune ruvidità linguistiche, il mantenimento dello schema metrico dell’originale permetta comunque di rendere fluida la lettura. 

Invito tutti i lettori, soprattutto quelli che non conoscono il russo e non sono particolarmente interessati alla metrica, a indicare le parti che suonano poco comprensibili o stilisticamente strane in italiano. 


* Di Zhukovskij e di quest’opera in particolare parlerò nel prossimo incontro di Ritmo e Parola sulla «Letteratura russa dell’Ottocento» (martedì 7 aprile, alle 19.10 su zoom). 


     Vasilij Andreevich Zhukovskij 

          "Svetlana" (1812)


Notte dell’Epifania

     Fanno le indovine,

La scarpetta gettan via

     Fuor le ragazzine;

Neve sarchiano; al balcone

     ‘Scoltano; e, contato,

Dànno il grano pel cappone;

     Cera hanno scaldato;

Messi in acqua cristallina

Dentro a un calice orecchini,

     Un anello d’oro,

Hanno steso un bianco manto,

E intonato arcano un canto

     Sulla tazza in coro.


Luna scura e nebbiosa

     Fosca luce emana – 

Sconsolata e silenziosa

     La dolce Svetlana.

“Cara amica, che cos’hai?

     Dicci una favella;

Questo coro ascolta, dai;

     Togliti l’anello.

Canta al fabbro una canzone:

“Forgia d’oro la corona,

     Fa l’anel dorato;

La corona per sposarmi,

Con l’anello fidanzarmi

     Sul leggio beato”.


“Non potrei cantar, mie care.

     Il mio amico è andato;

In tristezza solitaria

     Morte è ormai il mio fato.

Non so nulla ormai da tanto;

     Ah! Più non mi scrive;

Bello è il mondo e in lui soltanto

     Il mio cuore vive…

O di me ti scorderai?

In che luogo ora stai?

     Dove il tuo approdo?

Verso lacrime a Dio!

Il dolore allevia mio,

     Angelo custode”.


Ecco, il tavolo apparecchia

     Con un bianco panno;

La candela ed uno specchio

     Sulla mensa stanno;

Per due posti lei prepara.

     “Se un incanto fai,

Sullo specchio al vetro chiaro

     Al rintocco avrai

La tua sorte senza errore:

Le man lievi del tuo amore

     Busseranno appena;

S’apriranno allor le imposte;

Siederà così al suo posto

     Lui con te a cena”.


La fanciulla è sola, ecco;

     Allo specchio siede;

In segreto nello specchio

     Timorosa vede;

Specchio scuro... da ogni parte

     Sembra un cimitero; 

Luce fievole diparte

     Dal falò del cero…

La paura al petto preme,

Di guardare indietro teme,

     Cieca pel timore…

Sbuffa il lume rumoroso,

Strilla il grillo lamentoso,

     Del segnal latore.


(CONTINUA NEL PROSSIMO POST)

Commenti

Post popolari in questo blog

Parlare di poesia e letteratura nel 2026

Mi presento