Che cos'è la poesia?
A questa domanda ciascuno di noi potrebbe rispondere in vario modo, partendo dalle proprie sensazioni e la propria percezione della parola, basata sulla propria esperienza. Fermo restando il diritto di ciascuno a interpretare come vuole il concetto di poesia, cercherò qui di presentare una definizione che aspira al grado massimo di obiettività, pur non escludendo la possibilità di correzioni o confutazioni.
Il concetto di "poesia" può essere diviso come minimo in due accezioni, una più generica, una più specifica. Mi ricordo ancora come alle scuole elementari mi fecero studiare a memoria due componimenti "poetici": l'"Addio ai monti" di Alessandro Manzoni e "Il sabato del villaggio" di Giacomo Leopardi. Del brano dei Promessi sposi mi sono rimaste solo le prime parole e una generica impressione di "poeticità", laddove ancora oggi, a distanza di quasi quarant'anni, ricordo quasi perfettamente la poesia di Leopardi. Questo non è certo il segnale di una mia maggiore predilezione per la poesia in senso stretto, anche perché fino a non molto tempo fa leggevo quasi esclusivamente la letteratura in prosa. Ma la “poesia” di Leopardi mi è rimasta per sempre impressa nella memoria.
Parlerò qui solo di questa seconda accezione, se vogliamo più tecnica, di "poesia" come testo letterario contrapposto alla prosa, laddove la poesia è caratterizzata più di tutto da un aspetto che manca nella prosa, per quanto essa possa riprodurre a volte sensazioni, forme e artifici proprie alla poesia vera e propria: la suddivisione in versi.
Stabilito questo presupposto, non abbiamo tuttavia risolto il quesito da cui parte questo mio post, che si sposta soltanto a quello più specifico: che cos'è il verso?
Non possiamo accontentarci della definizione più semplice e "visiva", che riduce il verso alla suddivisione di un testo in segmenti (in parole povere, "andare a capo"): la lista della spesa è suddivisa in segmenti, ma non crea nessuna impressione "poetica".
Per risolvere questo e altri dubbi sulla natura più profonda del verso, e quindi della poesia, propongo qui la definizione di Maksim Il'ich Shapir, che, accanto a Veselovskij, può essere considerato il coautore nascosto di questo blog accanto al sottoscritto:
“Il verso è un sistema di segmentazioni paradigmatiche pervasive e coercitive che strutturano una dimensione supplementare del testo”.
Questa definizione sembrerà a molti troppo cervellotica, filologica, troppo ristretta per raccogliere le tante sfumature che la "poesia" racchiude in sè. Ma Shapir, cercando di trovare una definizione scientifica che racchiuda idealmente non solo tutti i versi scritti durante la storia dell'umanità, ma anche quelli che saranno o potranno essere scritti nel futuro, risale all'essenza del verso, e quindi della poesia come testo letterario contrapposto alla prosa.
Lasciando da parte, almeno per ora, i termini più ostici, come "paradigmatico”, “pervasivo”, “coercitivo”, la poesia, secondo Shapir, crea grazie al verso "una nuova dimensione supplementare del testo". In altre parole crea un nuovo mondo, ideale, dove la realtà viene trasfigurata e proiettata in una nuova dimensione, diversa, anche se legata alla vita di tutti i giorni, come la poesia non cancella le regole della prosa (grammatica, sintassi, lessico, ecc.).
Anche la prosa è in grado, nelle sue forme più letterarie, di trasfigurare la realtà. Ma non è forse proprio attraverso il confronto e l'esempio della poesia che la prosa letteraria ha cominciato, nella storia dell'umanità, a distinguersi dalla prosa non letteraria? Non a caso possiamo usare il termine "poetico" come sinonimo di letterario, mentre la parola "prosaico" rimanda invece alla banalità della vita di tutti i giorni.
La definizione di Shapir, se ne cogliamo il senso profondo, ci apre alla comprensione della poesia come un mondo parallelo che raccoglie tutte le poesie dell'umanità, mettendo in connessione e in dialogo i poeti di tutti i tempi e di tutte le nazioni.

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